Mondo e sicurezza

L'Iran propone di mediare i colloqui tra Arabia Saudita e Houthi — I limiti della cooperazione di sicurezza in stile americano frustrano Riad

Secondo quanto riportato da Al Jazeera, il ministro degli Esteri iraniano ha avuto una conversazione telefonica domenicale con il ministro degli Esteri saudita, durante la quale l'Iran ha proposto di mediare un dialogo tra l'Arabia Saudita e le milizie Houthi. La proposta giunge sullo sfondo di molteplici fattori: gli attacchi all'aeroporto di Riad nel fine settimana che hanno causato 14 morti, l'intensificazione del conflitto yemenita, le pressioni esercitate dagli Stati Uniti attraverso il blo

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Secondo Al Jazeera, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha avuto una conversazione telefonica domenicale con il ministro degli Esteri saudita, principe Faisal bin Farhan Al Saud. Si tratta del primo contatto diretto ad alto livello tra i due Paesi reso pubblico da quando le milizie Houthi, sostenute dall'Iran, hanno intensificato gli attacchi contro l'Arabia Saudita. In una nota diffusa in seguito dal ministero degli Esteri iraniano, riprendendo le dichiarazioni di Araghchi, si afferma che il persistere sulla via militare e l'inosservanza delle soluzioni politiche «non potrà che complicare ulteriormente la situazione», e si avanza la proposta che Teheran sia disposta a mediare un dialogo tra Arabia Saudita e Houthi yemeniti.

La telefonata è avvenuta dopo i ripetuti attacchi subiti nel fine settimana dall'Aeroporto Internazionale Re Khalid di Riad. Stando ai dati sauditi citati da Al Jazeera, i due attentati di sabato e domenica hanno causato complessivamente 14 morti e oltre 300 feriti. Tra le vittime vi sono cittadini stranieri provenienti da Bangladesh, Pakistan e Palestina: il costo umano del conflitto viene sostenuto dai lavoratori comuni di Paesi terzi, anziché dai centri politici che hanno avviato o finanziato la guerra. Secondo quanto riportato da Al Jazeera, gli attacchi hanno inoltre perturbato i voli commerciali in partenza da Riad, le attività imprenditoriali e scolastiche, evidenziando le ricadute economiche e umanitarie del conflitto.

Il fronte yemenita sta vivendo un'intensa escalation. Il 4 ottobre le forze del governo yemenita internazionalmente riconosciuto hanno annunciato il lancio dell'operazione «Alba dello Yemen», nel tentativo di invertire le avanzate territoriali recentemente ottenute dagli Houthi nella capitale Sana'a e in altre zone; secondo Al Jazeera, le forze governative sostenute dall'Arabia Saudita sono avanzate fin nei pressi dello Stretto di Bab el-Mandeb, un passaggio cruciale per il traffico marittimo internazionale. Tuttavia, le versioni fornite dalle due parti sui progressi sul campo risultano contraddittorie e difficili da verificare in modo indipendente. L'inviato speciale delle Nazioni Unite per lo Yemen, Hans Grundberg, ha avvertito venerdì che il Paese è tornato a una condizione di «guerra totale», con i civili che stanno subendo l'impatto principale degli attacchi.

La vera spinta dietro questa mossa diplomatica non può prescindere dal contesto delle pressioni americane sull'Iran. L'analisi di Al Jazeera evidenzia che l'Iran è sottoposto a notevoli pressioni economiche derivanti dal blocco statunitense; allo stesso tempo, la coalizione militare guidata dall'Arabia Saudita dal 2015 non è riuscita in un decennio a raggiungere i propri obiettivi militari. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmail Baghaei ha dichiarato in conferenza stampa lunedì che il conflitto serve gli interessi israeliani, che una soluzione negoziale strutturale è preferibile a un'ulteriore azione militare, e ha affermato che «non desideriamo assolutamente che l'ostilità e la guerra tra due Paesi islamici continuino».

Una frattura più profonda emerge tra Riad e Washington. L'analista per la sicurezza mediorientale del King's College di Londra Andreas Krieg ha dichiarato ad Al Jazeera: «Riad è sempre più inquieta all'idea di dipendere da Washington, è delusa dalla disponibilità limitata degli Stati Uniti a intervenire sullo Yemen e non intende dipendere nuovamente dagli Emirati Arabi Uniti». Krieg ha sottolineato che l'Iran ha intravisto un'opportunità — «dimostrare che l'interlocuzione con Teheran può offrire ciò che i partner storici di sicurezza dell'Arabia Saudita faticano a garantire». Secondo la ricostruzione di Al Jazeera, l'iniziativa iraniana intende sfruttare questa faglia: ottenere leva negoziale sullo Stretto di Hormuz, sulla revoca delle sanzioni e sul più ampio quadro dell'architettura di sicurezza regionale.

Negar Mortazavi, ricercatrice senior presso il Center for International Policy di Washington, ha delineato ad Al Jazeera gli obiettivi politici più ampi dell'Iran: «La sicurezza regionale non può essere compartimentata. L'Arabia Saudita non può da un lato restare immune dagli attacchi e dall'altro lasciare che l'Iran e i suoi alleati continuino a subire pressioni militari ed economiche». Mortazavi ritiene che Teheran stia cercando di raggiungere con gli Stati Uniti e i loro partner regionali un'intesa informale di non aggressione, che copra più fronti — tra cui Yemen e Libano —, e non si limiti al solo quadro bilaterale tra Washington e Teheran.

Sul reale controllo che l'Iran esercita sugli Houthi, le opinioni degli analisti divergono nettamente. Mortazavi afferma che l'Iran «ha influenza ma non controllo sulle decisioni Houthi»; Krieg sottolinea invece che «Ansar Allah non è un semplice proxy in attesa di istruzioni iraniane», la cui leadership ha proprie ambizioni politiche, si considera un attore militare regionale e ritiene che i recenti guadagni territoriali abbiano rafforzato la propria posizione negoziale. Krieg avverte che ciò significa che, anche qualora l'Iran facilitasse i negoziati, non potrebbe ordinare agli Houthi di cedere i territori conquistati nei pressi di Mocha o dello Stretto di Bab el-Mandeb. Krieg è categorico: «La proposta di Araghchi è un tentativo di posizionare l'Iran come risolutore di una crisi di cui l'Iran stesso è partecipe nel perpetuamento».

Indipendentemente dal fatto che questa mediazione possa tradursi o meno in un cessate il fuoco effettivo, l'episodio ha già messo a nudo l'asimmetria interna all'architettura di sicurezza del Golfo: da un lato un'Iran che, sottoposto da anni alle sanzioni e al blocco statunitense, cerca asset diplomatici; dall'altro un'Arabia Saudita che, dopo aver investito enormi risorse nell'acquisto di sicurezza in stile americano, scopre che Washington non è disposta a intervenire in profondità; in mezzo vi sono i 14 cittadini stranieri provenienti da Bangladesh, Pakistan e Palestina, e i civili yemeniti silenziosamente riportati nel ciclo della «guerra totale».

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