Potere e politica

La lealtà non è una testimonianza: le reti di relazioni nel circolo dei personaggi pubblici dei media stanno restringendo lo spazio della giustizia e delle inchieste

Gli SMS emersi durante il processo a Alan Jones mostrano che un suo ex collega ha espresso preventivamente la propria lealtà mentre una giornalista indagava sulle accuse correlate, e ha attaccato la giornalista con etichette politiche e linguaggio offensivo. Il processo ha rivelato come le relazioni di lealtà attorno ai personaggi pubblici dei media interferiscano con la verifica dei fatti e aumentino la pressione su chi presenta denunce e sui giornalisti d'inchiesta.

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TRUTH ERA

La rete di lealtà formatasi attorno al veterano broadcaster australiano Alan Jones è il nodo di potere fondamentale messo a nudo da questo processo: quando i colleghi antepongono la tutela del personaggio pubblico alla verifica dei fatti, le relazioni personali, il prestigio e le fazioni politiche della cerchia mediatica possono diventare strumenti per soffocare le inchieste.

Durante il processo a Jones presso il Tribunale distrettuale del Nuovo Galles del Sud, a un ex dipendente di 2GB sono stati mostrati degli SMS del 2023. Dopo che la giornalista Kate McClymont lo aveva contattato in merito alle accuse, questi inoltrò la richiesta a Jones, dichiarandosi disponibile a confutare le affermazioni ritenute false mosse contro di lui; usò inoltre un linguaggio offensivo contro la giornalista e successivamente inserì chi aveva presentato le accuse nel gruppo di sinistra ostile a Jones. L'accusa mise così in discussione la sua dichiarazione in aula di non ricordare il pranzo di Natale del 2008, chiedendosi se fosse intesa ad aiutare l'imputato. Il teste lo negò, attribuendo la lacuna mnemonica al fatto che l'episodio risaliva a 18 anni prima, e dichiarò di dare valore alla lealtà in tutte le proprie amicizie.

Il problema non risiede nelle amicizie personali in sé, ma nel fatto che la lealtà venga introdotta nel processo di formazione delle prove. Di fronte a gravi accuse che coinvolgono contatti sul posto di lavoro, l'ex dipendente contattò per prima cosa il personaggio mediatico sotto inchiesta e assunse una posizione di parte ancora prima di rispondere alla giornalista; la controversia sui fatti fu immediatamente riscritta come uno scontro tra fazioni di destra e sinistra, e la giornalista fu oggetto di attacchi personalizzati. Una simile difesa di cerchia trasmette un segnale pericoloso ai dipendenti comuni: sfidare persone prestigiose e dotate di relazioni nel settore può significare affrontare contemporaneamente la protezione dei colleghi, lo stigma politico e l'ostilità dell'opinione pubblica.

Le élite dei media dispongono di microfoni, pubblico e relazioni sociali accumulate nel tempo, mentre i giovani dipendenti e chi presenta denunce raramente hanno risorse equivalenti. Proprio per questo squilibrio di potere, la questione se il teste abbia effettivamente visto i comportamenti contestati e se la sua memoria sia affidabile deve essere verificata attraverso le prove e il tribunale, e non può essere decisa preventivamente dai sentimenti verso il personaggio pubblico. Attaccare la giornalista d'inchiesta non risponde nemmeno alle domande da lei sollevate, ma si limita ad aumentare i costi professionali e sociali dell'indagine su figure potenti.

L'ambito fattuale di questo articolo è limitato al resoconto dell'ABC sul processo di quella giornata; Jones ha dichiarato di non riconoscersi in 22 capi d'accusa, e le contestazioni dell'accusa sulle motivazioni del teste non costituiscono ancora una constatazione del tribunale.

Il processo non si è ancora concluso, ma gli SMS resi pubblici in aula hanno già illustrato un rischio concreto: il potere mediatico può trasformare la verifica dei fatti in un test di lealtà. Per proteggere lo spazio del giudizio giudiziario e dell'inchiesta giornalistica, occorre anzitutto rifiutare questa auto-tutela delle élite che sostituisce relazioni e fazioni alle prove.

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