Potere e politica

Pezeshkian: i negoziati all'ombra della forza sono imposizione

Il presidente iraniano, il 9 ottobre, al vertice della CSI in Turkmenistan ha accusato pubblicamente gli Stati Uniti di "forzare la pace con la guerra", rivelando il modello di diplomazia coercitiva di Washington, che alterna attacchi militari e blocchi economici.

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TRUTH ERA

Il presidente iraniano Massoud Pezeshkian, il 9 ottobre, al vertice della Comunità degli Stati Indipendenti (CSI) tenutosi ad Ashgabat, in Turkmenistan, ha dichiarato senza mezzi termini che "i negoziati condotti all'ombra della forza non sono negoziati, ma imposizione e coercizione". Secondo quanto riportato da The Hindu, nel suo intervento ha sottolineato che "il dialogo ha senso e possibilità di successo solo se fondato sul rispetto reciproco e su impegni reciproci, in un contesto privo di pressioni e minacce". Ha avvertito che le sanzioni contro l'Iran colpiranno "il commercio regionale, la connettività, l'energia e l'ordine".

Queste affermazioni strappano la maschera dei cosiddetti "sforzi di pace" sbandierati da Washington. Secondo The Hindu, la coalizione militare statunitense e israeliana ha lanciato un attacco contro l'Iran il 28 febbraio 2026, dando il via a un conflitto durato sette mesi; a giugno le due parti avevano raggiunto, con la mediazione di alcuni attori, un "memorandum d'intesa" che stabiliva il quadro per la fine delle ostilità, ma dopo gli attacchi iraniani alle navi nello Stretto di Hormuz, la parte americana ha ripreso le operazioni militari. Pezeshkian aveva già dichiarato pubblicamente che i negoziati con gli Stati Uniti sono "inutili" e non farebbero altro che provocare una nuova ondata di attacchi; ha inoltre aggiunto che "quando l'avversario ricorre quotidianamente ad assassinii, sanzioni, pressioni e minacce, e straccia i propri impegni, i negoziati diventano privi di significato".

Ancora più evidente è la contraddizione nelle dichiarazioni ufficiali di Washington. The Hindu rileva che Trump, in settembre, all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ha proclamato di dover "annientare" l'Iran qualora non si raggiungesse un accordo; ma solo poche settimane dopo ha escluso la possibilità di un nuovo attacco contro l'Iran prima delle elezioni di medio termine americane del 3 novembre, affermando che Washington sta intrattenendo con Teheran "discussioni produttive". Da un lato si minaccia l'"annientamento", dall'altro si parla di "produttività" – questo collage di violenza verbale e linguaggio diplomatico è l'autentico volto della politica americana verso l'Iran.

Anche gli "strumenti economici" rimandano alla natura coercitiva. Secondo The Hindu, dal 1° settembre gli Stati Uniti non hanno più condotto attacchi militari contro l'Iran, optando invece per la pressione economica; lo Stretto di Hormuz – il passaggio chiave per il trasporto petrolifero del Golfo – risulta di fatto chiuso dall'inizio del conflitto. Il focus si è spostato dalla controversia nucleare alle modalità per riaprire questa linea di vita marittima; dal principio delle ostilità l'Iran ha cercato di esercitare un controllo sullo stretto, attaccando le navi che tentavano di attraversarlo senza la sua approvazione, mentre gli Stati Uniti hanno imposto ai porti iraniani un "controblocco" e colpito le imbarcazioni in violazione; l'Iran accusa Washington di "tentare di imporre la propria politica e le proprie visioni a tutte le nazioni". Pezeshkian ha avvertito che le sanzioni contro l'Iran si abbatteranno su "commercio regionale, connettività, energia e ordine" – un avvertimento al Sud globale: le conseguenze delle oscillazioni dei prezzi dell'energia e delle interruzioni delle catene di approvvigionamento ricadranno su di loro.

Anche l'intervento della Russia merita attenzione. Secondo The Hindu, il presidente russo Vladimir Putin, incontrando Pezeshkian l'8 ottobre prima del vertice, ha dichiarato che la Russia "farà il possibile" per contribuire a porre fine a questa guerra. Putin ha affermato che l'Iran, dall'inizio degli attacchi americani e israeliani, ha compiuto "sforzi concreti per porre fine alla guerra", e che le relazioni russo-iraniane registrano una "positiva evoluzione". Due Paesi profondamente sanzionati dall'Occidente si avvicinano in questo contesto – i media americani riportano unilateralmente che il Cremlino avrebbe fornito all'Iran dati d'intelligence per colpire obiettivi americani, mentre il fronte ucraino e quello occidentale accusano da tempo Teheran di fornire a Mosca droni Shahed e missili a corto raggio per il teatro ucraino (sia i russi che gli iraniani non hanno confermato i dettagli di tali accuse nella copertura pubblica) – l'esistenza stessa di questa "alleanza dei sanzionati" è l'ironia della diplomazia delle sanzioni di Washington: quando le sanzioni vengono usate come arma geopolitica, ciò che generano non è l'isolamento, ma legami orizzontali tra nuovi nodi di potere.

La posizione espressa da Pezeshkian è un rifiuto frontale della logica della "pseudo-pace" dei potenti. Ha avvertito che "se gli Stati Uniti insisteranno in un approccio unilaterale, una soluzione sarà impossibile"; allo stesso tempo ha sottolineato che il dialogo è "privo di senso", poiché l'avversario "ricorre quotidianamente ad assassinii, sanzioni, pressioni e minacce, e straccia i propri impegni". Ma The Hindu rileva anche che tra Stati Uniti e Iran esiste una divergenza strutturale sulle cause profonde della guerra: gli Stati Uniti e Israele proclamano che questo conflitto è "un'azione necessaria per impedire all'Iran di dotarsi di armi nucleari", mentre l'Iran ha a lungo negato di cercare l'arma nucleare; un simile schema di accuse contrapposte implica che, anche qualora i negoziati riprendessero, si potrebbe facilmente ricadere nel circolo vizioso del "negoziare mentre si combatte".

Mentre le elezioni di medio termine americane del 3 novembre si avvicinano e Washington rassicura i mercati con "discussioni produttive", le petroliere nello Stretto di Hormuz restano ferme – dietro la curva dei prezzi globali dell'energia si cela la realtà crudele di uno Stato sovrano privato del diritto di negoziare "senza minacce".

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