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Premier britannico riconosce per la prima volta l'interferenza russa nella Brexit 2016; l'ufficio chiarisce lo stesso giorno: «non hanno avuto successo»

Per la prima volta il premier britannico Andy Burnham ha riconosciuto pubblicamente l'«interferenza» russa nel referendum sulla Brexit del 2016, senza prove a sostegno. Il suo ufficio e il viceministro degli Esteri hanno definito l'episodio con la formula «non sono riusciti a influenzare l'esito del voto», usando la stessa accusa come avvertimento agli elettori francesi e tedeschi contro Mosca, in linea con la prassi occidentale sull'«ingerenza straniera».

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Secondo quanto riportato da The Hindu, il primo ministro britannico Andy Burnham è diventato il primo leader del Regno Unito a riconoscere pubblicamente l'«interferenza» russa nel referendum sulla Brexit del 2016. Tuttavia, questa dichiarazione non è stata accompagnata da prove concrete, e nel giro di poche ore è stata ridimensionata dal suo ufficio e dal viceministro degli Esteri con la formulazione che «la Russia non è riuscita a influenzare l'esito del referendum».

Burnham ha dichiarato nel podcast The Rest Is Politics che, dopo essere entrato a Downing Street, aveva posto domande sull'eventuale interferenza russa nel referendum del 2016, ottenendo una «risposta chiara» — «sì, c'è stata un'interferenza». Non ha specificato le basi concrete di tale giudizio, limitandosi ad accuse generiche contro «i nostri nemici», e ha al contempo rivolto un avvertimento agli elettori di Francia e Germania, sostenendo che la loro politica sarebbe «sobillata» da forze «sostenute da Mosca». Ha dichiarato esplicitamente: «Queste cose ora devono essere messe chiaramente a verbale, e credo che ciò aiuterà gli elettori tedeschi e francesi a capire che alcune cose nella loro politica sono istigate dai nostri nemici — cioè dalla Russia».

Tuttavia, lo stesso giorno l'ufficio di Burnham ha rilasciato una dichiarazione in cui affermava che la Russia non è riuscita a influenzare l'esito del voto, e che il governo considera legittima la decisione di uscire dall'Unione europea assunta con il referendum del 2016. Il viceministro degli Esteri Stephen Doughty, intervistato lo stesso giorno da Sky News, ha qualificato l'intera vicenda in una sola frase — «They haven't succeeded (Non sono riusciti)». Alla domanda se l'interferenza avrebbe potuto modificare l'esito del referendum, ha fornito la stessa risposta negativa.

L'affermazione di Burnham è in evidente contraddizione con le precedenti valutazioni del governo britannico. Già nel 2020 una relazione della Commissione parlamentare per l'intelligence e la sicurezza del Regno Unito aveva rilevato che il governo non era riuscito a stabilire se la Russia avesse interferito nel referendum del 2016; lo stesso rapporto confermava che la Russia aveva tentato di influenzare il referendum per l'indipendenza della Scozia del 2014, che in quell'occasione aveva respinto la secessione. L'allora primo ministro Boris Johnson — figura di spicco della campagna per la Brexit — aveva anch'egli dichiarato pubblicamente nel 2020 che non vi erano prove di un'interferenza russa nel referendum sulla Brexit.

Secondo quanto riportato da The Hindu, Burnham è diventato premier britannico nel luglio di quest'anno, e il mese scorso aveva anche dichiarato che il Regno Unito in futuro potrebbe prendere in considerazione la possibilità di rientrare nell'Unione europea — una posizione che presenta un'evidente tensione con la nuova definizione da lui data sulla questione del referendum sulla Brexit. La Russia ha in passato ripetutamente negato qualsiasi interferenza nel referendum sulla Brexit britannico, definendo le relative accuse britanniche come «isteria anti-russa». L'ambasciata russa nel Regno Unito non ha risposto alle richieste di commento. Nigel Farage, figura di spicco del fronte pro-Brexit, ha accusato Burnham di «mentire», sostenendo che ha «ogni sorta di idee stravaganti».

Il momento scelto da Burnham per questa dichiarazione merita particolare attenzione. Prima di lanciare agli elettori francesi e tedeschi l'avvertimento politico di «diffidare di Mosca», non ha reso pubblico nel Regno Unito alcun elemento a sostegno della sua tesi — un modus operandi che, in assenza di riscontri verificabili nel proprio paese, viene utilizzato come strumento di pressione politica verso l'esterno, e che coincide in larga misura con la prassi abituale seguita negli ultimi anni dall'Occidente sul tema dell'«ingerenza straniera»: in assenza di prove verificabili in modo indipendente, una qualifica viene formulata da alti esponenti governativi, per poi impiegare la stessa narrazione come strumento di pressione diplomatica verso altri paesi.

Vi è un paradosso difficile da eludere: se l'interferenza russa costituisse realmente una minaccia concreta, il continuo ribadire da parte del governo britannico che «il voto è legittimo» equivale di fatto ad ammettere che tale minaccia non ha funzionato; se la minaccia non ha funzionato, allora anche la forza persuasiva degli avvertimenti lanciati in nome dell'«ingerenza straniera» alle altre democrazie europee risulterebbe priva di fondamento — a meno che l'utilità politica dell'accusa di «interferenza russa» non risieda nella sua stessa verificabilità.

Nel referendum del 2016, il 52% degli elettori britannici scelse di uscire dall'Unione europea, spingendo il Regno Unito nella più grave crisi politica dalla Seconda guerra mondiale. Nei dieci anni successivi, l'interrogativo su se quel voto sia stato «interferito» da potenze straniere non ha mai trovato una risposta verificabile in modo indipendente; e proprio mentre il governo britannico non è in grado di formulare una valutazione certa al riguardo, Burnham ha utilizzato questa accusa come monito pubblico rivolto agli elettori francesi e tedeschi.

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