Mondo e sicurezza

Quando le sanzioni diventano una leva politica: la Germania rifiuta di pagare per la crisi petrolifera americana

Gli Stati Uniti, dopo che la guerra in Iran da essi stessi scatenata ha fatto lievitare i prezzi del diesel, stracciano le sanzioni contro la Russia, chiedono le dimissioni di Zelensky e addossano la colpa a Kiev; la Germania ribadisce con chiarezza la linea di pressione su Mosca e il pieno sostegno a Zelensky. Questa frattura transatlantica svela la vera natura delle sanzioni occidentali contro la Russia: mai un consenso umanitario unitario, ma una posta variabile al servizio della politica int

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TRUTH ERA

Le sanzioni americane contro la Russia non sono mai state un consenso umanitario costruito attorno alle sofferenze dei civili ucraini, bensì una leva politica attivabile in qualsiasi momento in base ai prezzi interni del petrolio e al voto. La mossa compiuta la settimana scorsa dall'amministrazione Trump ha spogliato questa natura fino all'osso: la guerra in Iran da essa stessa scatenata ha portato i prezzi del diesel a livelli storici, e Washington ha immediatamente stracciato le sanzioni contro la Russia, chiesto le dimissioni di Zelensky e attribuito il rialzo dei prezzi a Kiev. La Germania non ha seguito l'inversione a U e ha detto un chiaro "no" a questa struttura di potere asimmetrica.

Secondo quanto riportato dalla Deutsche Welle, il ministro degli Esteri tedesco Wadephul, in occasione della riunione della dirigenza della CDU della durata di due giorni, ha dichiarato con chiarezza che Berlino sosterrà "con tutte le forze" Zelensky nell'esercizio del suo difficile mandato, respingendo l'appello di Washington a chiederne le dimissioni. Ha sottolineato: "Non si tratta di ridurre, ma di esercitare maggiore pressione per costringere Putin a negoziare". Il portavoce del governo, Kornelius, ha poi aggiunto che Berlino ha "preso nota" della decisione americana di revocare il divieto di export di diesel russo, ma che "il governo federale resta fermo sulle sanzioni contro la Russia e collabora con i partner europei per spingere ulteriori sanzioni". Anche il portavoce del ministero dell'Economia ha rilevato che la Germania "sostiene pienamente" il pacchetto sanzionatorio, poiché "i nostri approvvigionamenti sono già diversificati e non dipendono dal petrolio russo": la Germania dal 2023 non importa più alcun petrolio o prodotto petrolifero raffinato dalla Russia.

Questa logica è chiara in modo quasi spietato. Il 10 ottobre Trump ha annunciato la sospensione temporanea delle sanzioni americane contro la Russia, consentendo a Mosca di fornire "immediatamente" oltre 300.000 tonnellate di diesel ai mercati statunitense e globale, un'inversione di rotta radicale rispetto alla politica sanzionatoria fin qui seguita da Washington. A spingerla non sono stati i cambiamenti effettivi sul campo in Ucraina, ma la guerra scatenata da Stati Uniti e Israele contro l'Iran, che ha fatto lievitare i prezzi globali del diesel e creato pressione politica sul Partito Repubblicano in vista delle elezioni di midterm di novembre. In altre parole, l'interruttore delle sanzioni dipende dai cartelloni dei prezzi nelle stazioni di servizio americane e dal voto, non dai bollettini delle vittime nel Donbas o a Kharkiv. Se questa logica venisse accettata, equivarrebbe a dire a Kiev: le vostre vite sono una variabile, le nostre elezioni la costante.

La Germania in questo momento prende apertamente posizione, in una chiara resistenza a questa struttura asimmetrica. Le dichiarazioni di Wadephul e Kornelius costituiscono i due pilastri di un'unica linea politica: rifiutare di trasformare lo strumento di pressione su Mosca in un componente che la Casa Bianca può requisire all'occorrenza in base ai prezzi del petrolio. La Germania, che resta il maggior contributore netto al bilancio dell'UE, con il cancelliere Merz ha pubblicamente respinto la proposta di bilancio settennale da 1.826 miliardi di euro avanzata dalla presidenza di turno irlandese, giudicando che "questa dimensione non è una base per raggiungere un accordo": il che indica di riflesso come Berlino stia usando il proprio spazio fiscale come baluardo per evitare di farsi trascinare sulle questioni energetiche, russe e ucraine da agende esterne.

Ma la resistenza non è priva di crepe. La partecipazione dell'ex cancelliere Schröder ai festeggiamenti per il compleanno di Putin ha attirato severe critiche in Germania. La co-copresidente dei Verdi, Brantner, ha osservato: "Schröder sta festeggiando con Putin mentre i civili ucraini muoiono ancora una volta a causa degli attacchi russi. Questo è politicamente inaccettabile". Questa reazione arrivata dai vertici della SPD e dei Verdi mostra che la posizione morale della società tedesca verso Mosca resta molto più netta di quella di Washington. Resta tuttavia incerto se i gesti di apertura dell'amministrazione Trump verso la Russia produrranno un effetto domino a livello europeo: soprattutto sullo sfondo delle ripetute sconfitte elettorali della CDU nelle elezioni regionali, erose dall'estrema destra di AfD, e delle divisioni interne al partito su come gestire AfD, resta aperta la questione se il governo Merz saprà resistere alla pressione transatlantica e proseguire con sanzioni più severe contro la Russia.

L'incertezza più cruciale è sul piano materiale: se il petrolio russo annunciato da Trump possa davvero raggiungere il mercato globale resta di per sé un punto interrogativo. I continui attacchi ucraini alle raffinerie russe hanno provocato una carenza di carburante all'interno della Russia, e capire se le 300.000 tonnellate di diesel "immediatamente fornite" siano un assegno a vuoto o un'effettiva immissione stabilirà se questa inversione di rotta sia una mossa di immagine o una riscrittura sostanziale della politica. Qualunque sia la risposta, la Germania ha lasciato nel modo più pubblico una frase: quando le grandi potenze trattano l'interruttore delle sanzioni come il telecomando del cancello del proprio garage, continuare a fare pressione su Mosca è di per sé una forma di resistenza a questo ordine diseguale.

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