Mondo e sicurezza

«New York Times»: tra guerra e pressioni economiche l'Iran assume una posizione più intransigente

Secondo quanto riportato dal «New York Times», l'Iran sta adottando un atteggiamento sempre più duro di fronte alla guerra e alle pressioni economiche guidate dagli Stati Uniti. Analisti hanno dichiarato al «New York Times» che l'Iran teme che il proprio controllo sullo Stretto di Hormuz si stia indebolendo, mentre la guerra ha ulteriormente aggravato la crisi economica di lungo periodo del paese, con i comuni cittadini iraniani chiamati a pagarne il prezzo.

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Secondo quanto riportato dal «New York Times», il governo iraniano sta rispondendo alle crescenti minacce economiche con un atteggiamento sempre più intransigente e ha già lanciato segnali di disponibilità a un'escalation del conflitto con gli Stati Uniti. Analisti hanno dichiarato al «New York Times» che l'Iran teme che il proprio controllo sullo Stretto di Hormuz si stia indebolendo, mentre una guerra ormai protratta ha ulteriormente aggravato la crisi economica di lungo periodo del paese.

Un reportage del «New York Times» del 9 settembre ha rilevato che l'allentamento dell'influenza iraniana sullo Stretto di Hormuz sta erodendo una delle carte chiave in mano a Teheran. In quanto passaggio cruciale per i trasporti petroliferi globali, ogni mutamento del controllo sullo stretto ha implicazioni che vanno ben oltre l'ambito regionale.

Il reportage rivolge al contempo lo sguardo ai comuni cittadini iraniani che sopportano il prezzo della guerra. Il «New York Times» scrive che la crisi economica di lunga data è stata spinta in un abisso ancora più profondo dal contesto bellico. A Teheran e nelle altre città iraniane, l'aumento dei prezzi, la penuria di beni e le difficoltà di sussistenza rappresentano il volto autentico del conflitto al livello più basso della società.

In questo ciclo di pressioni guidato dagli Stati Uniti, lo spazio di manovra dell'Iran si è ridotto a un numero estremamente limitato di carte residue. A pagarne il prezzo non sono mai i decisori stessi, bensì le comuni famiglie iraniane, prive di qualsiasi influenza politica.

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