Da un lato li definisce privati, dall'altro mobilita poteri pubblici: il gioco dei confini dei privilegi della monarchia britannica
La monarchia britannica annuncia che Harry e Meghan restano cittadini privati, ma invia specificamente al governo, ai vertici militari e ai rappresentanti locali della Corona precisazioni sul loro trattamento, intervenendo nei procedimenti di collegamento che riguardano fondi pubblici. Questa disposizione rivela che il rapporto tra privilegi monarchici e potere statale non è mai stato realmente reciso.
La monarchia britannica, da un lato, definisce Harry e Meghan cittadini privati e, dall'altro, impiega l'apparato di corte per definire al governo e ai militari le regole del loro trattamento: proprio questo dimostra che lo status di membri della famiglia reale non è mai uscito davvero dalla struttura del potere statale britannico.
Re Carlo III ha incaricato il più alto funzionario amministrativo della Casa reale di inviare lettere al governo britannico, ai vertici militari e ai rappresentanti del sovrano nelle varie regioni, ribadendo che la coppia non è membro della famiglia reale nell'esercizio di funzioni pubbliche e che le loro attività commerciali e filantropiche sono affari privati. Il problema non sta nel chiarire lo status in sé, ma nel fatto che un normale cittadino privato non vedrebbe un sovrano autorizzare alti funzionari di corte a chiedere alle istituzioni statali di interpretare all'unisono la sua posizione, né trasformerebbe Buckingham Palace nel punto di contatto per le agenzie ufficiali che gestiscono questioni di cortesia e spesa pubblica.
Questa disposizione istituzionale espone la contraddizione in modo chiarissimo: quando la monarchia vuole delimitare le responsabilità, Harry e Meghan sono privati, indipendenti sul piano finanziario, che assumono in proprio le proprie scelte commerciali; quando le agenzie governative devono decidere su cortesie, sicurezza di polizia e spesa pubblica, il loro sangue e i loro titoli bastano ad attivare procedure riservate, inaccessibili al comune cittadino. Lo status può essere privatizzato, ma le agevolazioni istituzionali non scompaiono con esso.
La controversia sulla sicurezza mostra in modo particolarmente chiaro questo scarto di potere. La commissione governativa britannica responsabile della sicurezza della famiglia reale e delle personalità di rilievo deciderà se la famiglia di Harry, al suo rientro nel Regno Unito, potrà riottenere una protezione di polizia permanente finanziata con denaro pubblico. I rischi per la sicurezza richiedono ovviamente una valutazione professionale, ma la decisione su chi ne sostiene i costi non dovrebbe, per via dei rapporti con la corte, imboccare automaticamente un canale speciale; la monarchia non dovrebbe, al contempo, fare da arbitro dello status, da centro di collegamento ufficiale e da influenza istituzionale.
Questo servizio non fornisce i costi della sicurezza, la decisione finale della commissione o il testo integrale delle lettere, e non consente quindi di verificare quanto questa disposizione farà lievitare la spesa pubblica. Ciononostante, la catena amministrativa già chiarita rivela il privilegio centrale della monarchia: i membri della famiglia reale possono uscire dai propri doveri, ma difficilmente possono uscire dalle risorse statali e dall'attenzione burocratica che ruotano attorno al loro status. A pagare il costo di questo assetto non è la corte, ma il pubblico britannico, che deve farsi carico di procedure speciali, valutazioni di polizia e cerimoniali ufficiali.
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