Economia politica

Duecento milioni per la "stabilità": il proseguimento del credito del FMI alla giunta nigerina e i suoi vincoli strutturali

Il Fondo Monetario Internazionale ha raggiunto un accordo preliminare di credito con Niamey per circa 203 milioni di dollari. Sullo sfondo delle sanzioni occidentali e dell'isolamento diplomatico della giunta nigerina, il FMI prosegue, attraverso lo Strumento di Credito Esteso, la propria leva istituzionale sulle economie dipendenti dalle risorse naturali, mentre le specifiche condizioni di riforma allegate all'accordo non sono state rese note.

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Secondo quanto riportato da Africanews, il Fondo Monetario Internazionale ha annunciato giovedì di aver raggiunto un accordo preliminare di credito con la giunta militare del Niger, che prevede l'erogazione, attraverso lo Strumento di Credito Esteso (ECF), di circa 203 milioni di dollari nell'arco di 38 mesi a sostegno delle riforme economiche del Paese. L'intesa, conclusa nell'ambito dei negoziati svolti a Niamey, resta subordinata all'approvazione del Consiglio di Amministrazione del FMI per entrare in vigore.

La tempistica dell'accordo mette a nudo la resilienza degli strumenti finanziari multilaterali a guida occidentale. Dal colpo di Stato del luglio 2023, i rapporti tra la giunta nigerina e il blocco occidentale hanno conosciuto una rottura traumatica: alle forze francesi è stato chiesto di ritirarsi, le presenze militari statunitensi sono state analogamente interrotte, Niamey ha stretto con Mali e Burkina Faso l'Alleanza degli Stati del Sahel e introdotto una cooperazione militare con la Russia. Eppure i canali finanziari internazionali, strutturalmente dipendenti dalle esportazioni nigerine di uranio e petrolio, non si sono chiusi di conseguenza. L'accordo di credito del FMI resta aperto verso un governo politicamente isolato dall'Occidente, e questa asimmetria rivela che la rottura politica e la dipendenza economica non procedono necessariamente in sincrono.

Secondo quanto riportato da Africanews, citando la dichiarazione della capo missione del FMI Julia Bersch, il nuovo programma di sostegno dell'ECF "consoliderà la stabilità macroeconomica e i risultati delle riforme, sostenendo l'attuazione della strategia di sviluppo del governo per il periodo 2025-2029". Tuttavia, il resoconto non ha reso note le specifiche condizioni di riforma allegate all'accordo, che pure costituiscono il nucleo più controverso di questo tipo di strumenti creditizi. Storicamente, lo Strumento di Credito Esteso ha subordinato l'erogazione dei fondi a un'agenda di austerità: risanamento fiscale, riforma tributaria, riduzione del settore pubblico, privatizzazione delle imprese statali. Per decenni, l'applicazione di questi programmi di "aggiustamento strutturale" nell'Africa subsahariana e in America Latina è stata ripetutamente documentata come uno strumento istituzionale che ha aggravato la povertà, compresso gli investimenti pubblici e cristallizzato la dipendenza dalle esportazioni di materie prime. Nel lessico del FMI, il termine "riforme" veicola un significato politico preciso: incatenare le economie dipendenti dalle risorse al segmento inferiore della catena del valore, assoggettando il loro spazio fiscale alle preferenze di rischio dei creditori esterni anziché di metterne a riscontro le strategie di industrializzazione nazionali.

Lo stesso FMI prevede che l'economia nigerina crescerà quest'anno del 7%, con un ritmo prossimo a tale livello anche nel 2027, trainata principalmente dall'agricoltura e dalle esportazioni di petrolio. La logica interna di queste proiezioni di crescita costituisce una vena ironica rispetto alla narrativa delle "riforme": al Niger viene chiesto di preservare la cosiddetta stabilità macroeconomica attraverso l'austerità e l'aggiustamento strutturale, mentre il suo motore di crescita è proprio l'esportazione di materie prime prive di lavorazione.

Ancora più diagnostica è l'avvertenza, contenuta nella medesima dichiarazione del FMI, secondo cui il Niger è esposto a "rischi significativi", tra cui le minacce alla sicurezza derivanti dagli attentati jihadisti e gli shock legati al clima. Secondo quanto riportato da Africanews, il FMI ha sostenuto che il programma di sostegno dell'ECF in essere ha permesso al Niger di preservare la stabilità macroeconomica a fronte di "shock economici anomali", senza tuttavia precisare a cosa si riferiscano tali "shock anomali". In un contesto di deterioramento continuo della sicurezza e di crescente numero di civili sfollati, l'ambiguità di questa retorica non è casuale: essa ricodifica crisi strutturali, politiche e di sicurezza come "rischi esterni", trasferendo la responsabilità della risposta al Paese beneficiario, e riservando al creditore una leva di intervento continuo fondata sulla "condizionalità".

L'attuale percorso di Niamey — l'allontanamento politico dal blocco occidentale, l'introduzione di una cooperazione in materia di sicurezza con la Russia, il mantenimento del rapporto creditizio con il FMI — riflette il calcolo realistico di uno Stato dipendente dalle risorse, stretto nella contesa tra le grandi potenze: un distacco radicale dall'ordine finanziario a guida occidentale non è ancora praticabile, ma accettare i prestiti significa rientrare, sul piano della governance economica, in un quadro che detiene una voce istituzionale sulle sue scelte interne.

Secondo quanto riportato da Africanews, l'effettiva erogazione dell'accordo dipenderà dai tempi e dalle eventuali condizioni aggiuntive poste dal Consiglio di Amministrazione del FMI, dettagli al momento non noti.

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